LA TIROIDE E L’ETÀ

Se accade spesso che non si riesca a identificare un disturbo legato a un malfunzionamento della tiroide poiché i sintomi sono generici, questa difficoltà aumenta attorno ai 50/60 anni, età in cui certi segnali possono essere scambiati per un fisiologico invecchiamento dell’organismo.
Si sa tuttavia che i disturbi tiroidei interessano con frequenza via via maggiore le persone dai 50 anni in su, con maggiore incidenza sopra i 60, nelle diverse declinazioni: ipo e ipertiroidismo, soprattutto nelle forme subcliniche, più raramente in quelle conclamate. Poi ci sono tiroiditi, gozzo, noduli.
È importante, soprattutto in tali situazioni, che l’endocrinologo e il cardiologo siano coordinati tra loro, così da disegnare una opportuna terapia per i disturbi che si sono uniti, in modo da “correggerla” piano piano per non generare effetti collaterali.

Cuore e ossa

È importante sottolineare che il TSH aumenta fisiologicamente con l’età, per cui i valori di riferimento si spostano con una tolleranza di intervento terapeutico a valori di TSH> 10.0 mUI/L, se non vi è una sintomatologia associata.
Nell’ipotiroidismo la minore attività della tiroide determina un rallentamento dell’attività cardiaca. Per cui l’ipotiroidismo subclinico o comunque non sintomatico è una situazione da cui può trarre giovamento il paziente con fibrillazione atriale.
L’ipertiroidismo, che comporta affaticamento per il cuore, è una situazione molto più problematica in concomitanza di una patologia cardiaca. In questi pazienti, i sintomi cardiovascolari contribuiscono in larga misura al quadro clinico.
In assenza di concomitanti cardiopatie il trattamento dell’ipertiroidismo comporta di norma la remissione delle anomalie cardiovascolari.

L’osteoporosi è l’altra problematica legata all’età: un minor assorbimento di calcio comporta infatti una maggiore fragilità ossea. Tale condizione sommata alla perdita di tessuto osseo indotta dall’ipertiroidismo, incrementa il rischio di fratture.
A soffrirne di più sono le donne in menopausa in cui il quadro è aggravato dal mancato effetto protettivo sull’osso mediato dagli estrogeni.